Benjamin Tucker e l’anti-capitalismo

Originally published at https://qua.name on March 18, 2021.

Benjamin Tucker

Oggi, nella timeline di twitter, mi sono imbattuto in un elogio del capitalismo con il mondo classista prima del suo avvento e il mondo pieno di opportunità per gli operai dopo il suo avvento. E la cosa mi ha disturbato un po’ per molti motivi (uno su tutti è che l’elogio veniva da un mattonista liberista, ma soprassediamo per il momento). E allora mi sono domandato quale sarebbe stato il modo migliore per replicare. E probabilmente sarebbe bastato un semplice nome: Benjamin Tucker. In questo estratto da Anarcopedia vi propongo un esame del suo rapporto con il capitalismo:

I ragionamenti di Tucker sono stati a volte fraintesi in senso liberistico o addirittura anarco-capitalistico. In realtà, come tutti gli anarco-individualisti, egli è profondamente anticapitalista, contro lo sfruttamento del lavoro, contro tutte le forme di reddito non-lavorativo (profitto, gli interessi, l’affitto ecc.) e contro le grandi concentrazioni di proprietà, che lui imputava al monopolio statale dell’emissione dei diritti di proprietà, più che all’idea di proprietà individuale in sé e per sé.
La società ideale di Tucker è formata da piccoli imprenditori e lavoratori esterni, ipotizzando tra loro una relazione non fondata sullo sfruttamento e l’oppressione ma sull’equilibrio di mercato, in cui il valore aggiunto sarebbe distribuito equamente tra di loro [1]. Per aumentare il potere contrattuale dei lavoratori, Tucker propone l’accesso al credito mutuale, quindi non imponendo direttamente il controllo dei lavoratori delle aziende, ma promuovendolo proprio attraverso una crescita del loro potere contrattuale. In questo modo egli intendeva contrastare le storture tipiche del capitalismo, in particolare contrastare la società gerarchica.
Il sistema di Tucker concepiva alcuni principi del capitalismo, come la concorrenza tra le imprese in un “libero mercato”. Tuttavia, i mercati sono solo una condizione necessaria del capitalismo, non una condizione sufficiente. Ci può anche essere un “libero mercato” sotto il socialismo, anche se di natura profondamente diversa. L’obiezione anarchica fondamentale al capitalismo non è il mercato, ma la proprietà privata e la conseguente schiavitù salariale. Egli vorrebbe eliminare entrambi, ed è per questo che si definiva un socialista.
In sostanza, per concludere, nonostante alcune sue idee convergano con quelle anarco-capitaliste, non può essere considerato in nessuno modo un estimatore di questo pensiero reazionario, in particolare non può essere in alcun modo accostato al libertarismo di destra, nonostante questi l’abbiano più volte tirato per la giacchetta. In questo egli si avvicina a quello che oggi verrebbe definito un “socialista di mercato”, ma sempre e comunque non-statalista.

[1] Questo passaggio mi fa venire in mente un articolo del 2011 in cui si studiava il mercato mondiale in termini di matematica delle reti e di topologia. L’ho esaminato all’epoca su DropSea e, se la memoria non mi inganna, emergeva che una rete costituita da tanti piccoli nodi distribuiti risultava più stabile e in grado di resistere in maniera più solida a una situazione di crisi rispetto a una rete con una serie di nodi forti e accentratori, anche se quest’ultima risultava più rapida nelle fasi di crescita.

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